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DA ALITALIA AD ALA LITTORIA


Accordo raggiunto nella notte fra Berlusconi e le maggiori sigle sindacali (Cgil, Cisl, Uil e Ugl) sulla sorte di Alitalia. Almeno questo è ciò che titolano i giornali, ma un accordo su quali basi? Fin’ora tutto ciò che sembra cambiato rispetto a prima è che le riassunzioni (perché col passaggio di proprietà vengono considerati nulli i precedenti contratti di assunzione) passino da 11.500 a 12.500, mille in più insomma. Oltre ad un aumento di capitale iniziale fino ad un milione di euro. Un po’ poco sinceramente per fare tutto il casino dei giorni passati e per mettere a repentaglio un accordo. Certo, in tutta questa vicenda emerge chiaramente come l’agitarsi di Berlusconi intorno al possibile acquisto di Alitalia da Air-France e Kml fosse soltanto uno slogan elettorale e non ci fosse il benché minimo progetto né tanto meno una cordata interessata all’acquisto, il dilettantismo di questo personaggio che arriva a bloccare un accordo di questo genere mettendosi di traverso è incredibile. La cordata si è costruita faticosamente in itinere, sollecitata dallo stesso Berlusconi, che per rendere più appetibile la compagnia di bandiera ha dovuto scinderla in due parti, una delle quali corredata di tutto e in grado di dare utili verrà venduta ai “capitani coraggiosi” mentre l’altra gravata da tutti i debiti non si capisce che fine faccia, ma molti ipotizzano che quei debiti li pagheremo noi.

                         

Ma chi sono questi capitani coraggiosi che si sono riuniti per acquistare Alitalia? Il nuovo presidente sarà Roberto Colaninno, padre di Matteo, ministro ombra per lo Sviluppo Economico, condannato a 4 anni di reclusione per la bancarotta Italcase-Bagaglino e che nel 1999, complice il governo D’Alema, acquistò Telecom Italia con un singolare stratagemma, utilizzò i flussi di cassa della stessa azienda per pagare i debiti contratti dalla stessa nella fase di acquisizione, indebolendo così l’azienda ed esponendola nemmeno due anni dopo alla scalata della Pirelli di Tronchetti-Provera e di Benetton, caldeggiata dal governo Berlusconi (che darà il colpo di grazia all’azienda). Poi c’è stato il “generoso” intervento di Emma Marcegaglia, attuale Presidente di Confindustria, che incurante di ogni conflitto di interesse porta il suo obolo personale per la Patria e per Berlusconi, con il quale c’è uno spiegabilissimo idillio. Ma vediamo di capire di chi stiamo parlando, il gruppo Marcegaglia qualche mese fa ha patteggiato 11 mesi di reclusione (Antonio Marcegaglia, fratello di Emma) per corruzione al Tribunale di Milano in relazione all’accusa di una tangente pagata nel 2003 a un manager dell’Enipower in cambio di un appalto ed è stata imposta una pena pecuniaria di 500 mila euro e 250 mila di confisca alla Marcegaglia Spa e una pena pecuniaria di 500 mila euro e 5 milioni di confisca alla controllata NE Cct Spa. Il padre di Emma, Steno, è stato invece condannato dal tribunale di Brescia a quattro anni per la bancarotta Italcase-Bagaglino (quando si dicono le coincidenze, se questa gente andasse in galera davvero e non ‘a la carte forse li metterebbero in cella insieme Steno Marcegaglia e Roberto Colaninno). Nello stesso processo è stato condannato anche Cesare Geronzi, considerato fra i grandi sponsor dell’operazione Alitalia. Per non parlare di Marcellino Gavio, altro esponente della “cordata Alitalia”, già arrestato nel 1993 per Tangentopoli dopo 8 mesi di latitanza all’estero, che si è beccato 6 mesi per violazione del segreto investigativo. E di Salvatore Ligresti, pregiudicato, con due anni e mezzo definitivi all’epoca di Tangentopoli. Tutti questi loschi figuri non sono imprenditori, come i giornalisti economici di regime si ostinano a chiamarli, sono speculatori, iene, sciacalli, che stanno aspettando di banchettare davanti al cadavere ancora caldo di Alitalia per poi buttarne le spoglie una volta spolpata la carcassa. Speculatore è anche Giancarlo Cimoli, già distruttore delle Ferrovie dello Stato, che lascia al disastro economico e all’inefficienza dei servizi più totale ed esce con 6 milioni e 700.000 euro di buona uscita. Il governo Berlusconi, come premio nel 2004 lo nomina al vertice di Alitalia e sono Prodi e Padoa-Schioppa che nel 2007 lo sollevano dall’incarico e dichiarano la compagnia prossima al fallimento. Attila fece meno danni di Cimoli, io per il futuro gli affiderei solo un’azienda di demolizioni.


E i sindacati? E’ molto triste vedere come si sono ridotti, strenui difensori degli interessi (anche quelli “sbagliati”) dei loro iscritti, tesi a conservare posti di lavoro persino a ladri, fannulloni, ecc., mentre hanno perso tutte le grandi battaglie industriale e per i diritti (quelli veri) dei lavoratori, e brillano per la loro assenza nelle fabbriche, dove molti operai (soprattutto stranieri) lavorano in condizioni di schiavitù e senza alcuna attenzione alla sicurezza (non a caso il numero dei morti sul lavoro è molto elevato in Italia). Ora, in difesa di alcuni posti di lavoro fanno fallire l’accordo con Air France e si impelagano in una estenuante trattativa col governo Berlusconi e con i pescecani della cordata, legandosi mani e piedi perché non possono far fallire anche questo accordo, ben consapevoli che fra qualche anno (quando sarà finita la polpa di Alitalia) ci ritroveremo in una situazione peggiore di questa. Dov’erano i sindacati quando in Alitalia regnavano le clientele, quando venivano assunte persone che non servivano davvero all’azienda? Quanto poteva durare questo caricare pesi inutili sulle spalle della società perché tutti quanti, sindacati, regione Lazio e regione Lombardia (dove sono gli aeroporti Alitalia), comune di Roma e comune di Milano si ritenessero soddisfatti e godessero dei proventi di questa perversa situazione?

I piloti e le altre sigle sindacali minori, che però rappresentano molte più persone in Alitalia, definiscono l’accordo raggiunto “carta straccia”, erano contrari anche ad Ari France, adesso si appellano direttamente a Berlusconi ... poveri illusi. Anche loro pretendono di cibarsi adesso delle tenere carni della morente azienda, di strapparne un pezzo di muscolo polposo e ancora palpitante, incuranti del futuro e su chi saranno spalmati i costi di questi disastrosi accordi forzati che si stanno facendo in queste ore.

Nel futuro non ci sarà più Alitalia, mi pare di vedere profilarsi all’orizzonte la sigla dell’Ala Littoria, che farà rapidi collegamenti (dopo il federalismo calderoliano) fra la progredita Padania e le colonie del sud e del centro.

                             
Lo slogan più rappresentativo letto fra i manifestanti Alitalia mi pare sia: "Meglio falliti che in mano ai banditi" ... che abbiano capito tutto? Berlusconi e sindacati Cgil Cisl e Uil sono costretti a trovare un accordo, perché nessuno di loro può prendersi la responsabilità di far fallire anche questo tavolo di trattative dopo aver fatto fallire quello ben più vantaggioso con Air France. Diversa è la situazione di piloti e personale Alitalia che rischiano o il fallimento o i banditi ... appunto.

Pubblicato il 15/9/2008 alle 8.42 nella rubrica The time is out of joint.

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