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  Garbo [ (Cronache del Tempo Medio) ]
         

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15 febbraio 2013

PIÙ LUCE (MEHR LICHT) 1



Non credo che chiesi promesse al suo sguardo, | non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce, | quando il cuore stordì e ora no, non ricordo | se fu troppo sgomento o troppo felice, | e il cuore impazzì e ora no, non ricordo, | da quale orizzonte sfumasse la luce”. (Fabrizio de Andrè,  Un malato di cuore).




La guardò. Ma d’uno sguardo per cui guardare già è una parola troppo forte. Sguardo meraviglioso che è vedere senza chiedersi nulla, vedere e basta. Qualcosa come due cose che si toccano – gli occhi e l’immagine – uno sguardo che non prende ma riceve, nel silenzio più assoluto della mente, l’unico sguardo che davvero ci potrebbe salvare – vergine di qualsiasi domanda, ancora non sfregiato dal vizio del sapere – sola innocenza che potrebbe prevenire le ferite delle cose quando da fuori entrano nel cerchio del nostro sentire-vedere-sentire – perché sarebbe nulla di più che un meraviglioso stare davanti, noi e le cose, e negli occhi ricevere il mondo – ricevere – senza domande, perfino senza meraviglia – ricevere –solo – ricevere– negli occhi – il mondo”. (Alessandro Baricco, Oceanomare).




«Videmus nunc per speculum et in aenigmate, tunc autem  facie ad faciem» (Noi ora vediamo, infatti, come attraverso uno specchio, in immagine; allora invece vedremo faccia a faccia), (Paolo di Tarso, Prima lettera ai Corinzi, 13,12).




«Contro il positivismo, che si ferma ai fenomeni: “Ci sono soltanto fatti”, direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni. Noi non possiamo constatare nessun fatto “in sé”; è forse un’assurdità volere qualcosa del genere. “Tutto è soggettivo”, dite voi; ma già questa è un’interpretazione, il “soggetto” non è niente di dato, è solo qualcosa di aggiunto con l’immaginazione, qualcosa di appiccicato dopo -. È infine ancora necessario mettere l’interprete dietro l’interpretazione? Già questo è invenzione, ipotesi». (Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1885-1887).




Guardare e vedere sono usualmente considerati sinonimi, ma non è affatto così, sono due azioni molto diverse fra loro: si può guardare e vedere nello stesso tempo, si può guardare e non vedere, si può non guardare e non vedere, si può anche non guardare e vedere … ed è di quest’ultima evenienza che vorrei parlarvi in questo post.

Molti anni fa, quando avevo vent’anni mi capitò in mano un libro dello psicologo della Gestalt Kurt Koffka che introduceva la differenza fra ambiente geografico e ambiente comportamentale attraverso una leggenda tedesca:

«In una sera d’inverno, durante una tempesta di neve, un uomo arrivò a cavallo in una locanda, felice di aver trovato rifugio dopo aver galoppato per ore su una pianura spazzata dal vento, con la coltre di neve che aveva coperto tutti i sentieri ed i punti di riferimento. Il locandiere che lo accolse lo guardò con stupore e gli chiese di dove venisse. L’uomo indicò un punto lontano dritto avanti la locanda, al che il padrone, pieno di meraviglia e di sgomento, disse: “Ma vi rendete conto che avete cavalcato attraverso il lago di Costanza?”. A queste parole il cavaliere piombò morto ai suoi piedi». (Koffka, K., (1935), Principi di psicologia della forma, Boringhieri, Torino, 1970, p.28).

 

L’ambiente geografico è costituito da tutti i fatti fisici con i quali l’organismo viene a contatto, in quanto è esso stesso pure un oggetto fisico; l’ambiente comportamentale è costituito da tutti i fatti fisiologici (se l’organismo è semplice) o rappresentativi (se l’organismo è complesso) in cui alcuni fatti fisici si trasformano.

Il lago di Costanza (ambiente geografico), ghiacciato e coperto di neve, diventa una pianura cavalcabile (ambiente comportamentale) per il cavaliere tedesco che lo attraversa; la pianura cavalcabile (ambiente geografico), ridiventa il lago di Costanza (ambiente comportamentale) allorquando il cavaliere realizza di aver cavalcato tutta la notte sulla crosta ghiacciata di un lago e, atterrito, ne muore … il comportamento (umano o animale) consegue sempre all’organizzazione che ci facciamo del mondo fisico, alla trasformazione dei dati fisici che avviene nella nostra percezione del mondo, fino a crearci un ambiente comportamentale.

Contemporaneamente alla lettura dei Principi di psicologia della forma e all’osservazione delle forme sferiche contenute da una gonna, da un jeans o da un corsetto (che ci volete fare … era il mio “periodo gestaltico”), frequentavo a Padova le lezioni di Psicologia Generale con il professor Giovanni Bruno Vicario, il quale portava regolarmente in aula perché le visionassimo alcune delle “figure ambigue” o “immagini paradossali” create dagli psicologi della Gestalt, in cui spiazzandoci e disorientandoci in continuazione, ci dimostrava che: si vede quello che non c’è; non si vede quello che c’è; si vede quello che è impossibile vedere; si vedono più cose in luogo di una sola; si vede la stessa cosa, ma da punti di vista diversi; si vedono le cose differenti da quello che sono.

Oggi riteniamo la percezione già a livello di organizzazione sensoriale e prima di ogni elaborazione mentale una creazione e un’azione sulla realtà; basti pensare che nel Nucleo Genicolato Laterale afferiscono (provenienti dal nervo ottico  e dalle impressioni chimiche ed elettriche che avvengono nella retina) soltanto il 10-20% dell’informazione complessiva che giungerà alla corteccia visiva primaria e che costituirà poi il prodotto finale della nostra visione, il rimanente 80-90% circa proviene da altre zone del cervello: dalla formazione reticolare, dal tronco dell’encefalo e dalla restante corteccia cerebrale. Questo vuol dire che la visione non è semplicemente il prodotto di ciò che i nostri occhi vedono, ma di tutto l’insieme di ciò che percepiamo, di innumerevoli collegamenti interni che siamo in grado di fare e dei preziosi circuiti di feedback (retroazione) e di feedforward (anticipazione) che creano ritorni, ricorsività e riconoscimenti e le aspettative e attese di ciò che vedremo; per questo i principi della Psicologia della Gestalt ci fanno sorridere oggi, ma senza di essi non saremmo mai giunti dove siamo.

Quando guardiamo il mondo ci aspettiamo di vedere qualcosa, c’è tutta una serie di attese, anticipazioni, pre-supposizioni, pre-giudizi, pre-costruzioni che Hans George Gadamer chiama pre-comprensione (vorverständnis), senza la quale non vedremmo niente.





La visione non è una questione della luce riflessa dagli oggetti che passivamente si imprimerebbe nei nostri organi di senso e da li passerebbe più o meno inalterata alla corteccia visiva, che vi riconoscerebbe persone e oggetti; essa è piuttosto un circolo ermeneutico attivamente costruito dal soggetto che fa delle ipotesi preconcette sul mondo, ha delle attese, seleziona ciò che vuole vedere in base alle sue attese e confronta
attivamente i suoi pre-giudizi (vorurteile) e le sue presupposizioni con i dati che i suoi organi di senso gli inviano, modificandoli, perfezionandoli o abbandonandoli, se è il caso.

Non so se siete mai andati per i boschi a raccogliere funghi, potreste girare per ore senza vederli se qualche anima pietosa ed esperta non vi dice dove cercare e cosa cercare, quali sono i contorni, le sagome dei funghi che dovete individuare, e questo accade anche se avete visto delle immagini in precedenza dei funghi che state cercando, perché le immagini vanno contestualizzate.

Lo stesso problema si ripropone intatto se esplorate i fondali marini e cercate qualche preda, è necessario che qualcuno vi segnali che ciò che in realtà sembra uno scoglio, una cavità, un sasso levigato dalle correnti o un pot-pourri di alghe è in realtà un polipo, uno scorfano, una cernia o una murena.

Il primo anno di università oltre ai principi di psicologia della forma, oltre alla comprensibile confusione riguardo alla consistenza di ciò che vedevo dovuta a tutte quelle figure ambigue, mi sforzavo di capire qualcosa di biologia molecolare guardando attraverso il vetrino di un microscopio senza in realtà comprenderci molto.

Fu solo grazie all’aiuto e ai suggerimenti di un’assistente molto comprensiva (il suo nome è Anne e viene dall’Olanda) che mi fece un piccolo taglietto su un dito, spalmò il sangue sul vetrino, lo “colorò” e poi iniziò una visita guidata con me che guardavo al microscopio quel vetrino e lei che mi indicava a memoria la forma e i colori delle cose che stavo vedendo e per ciascuna mi diceva il nome: quelli rossi, senza nucleo a forma di disco biconcavo sono i globuli rossi; quelli viola sono globuli bianchi, i granulociti sono neutrofili se hanno il nucleo multilobato, eosinofili se ce l’hanno bilobato, basofili se è bi o tri-lobato ma di colore blu … per non parlare dei monociti, dei linfociti …; le piastrine sono di colore rosso-rosa, sono a-nucleati e sono di forma granulare.

La cultura a cui apparteniamo e la nostra personale esperienza di vita possono fornirci i pre-giudizi iniziali, che costituiscono le ipotesi di partenza, le cornici stesse da cui ci affacciamo per guardare il mondo; l’antropologo Franz Boas, che fece parte di un gruppo di scienziati in spedizione sulla Terra di Baffin, descrisse come il gruppo eschimese degli Inuit riusciva a distinguere diverse tipologie di neve in base al colore, alla brillantezza, alla compattezza e ad altre caratteristiche a cui un occidentale non avrebbe fatto caso.

Per ciascuno di noi tutta la neve è ugualmente bianca ed uniforme, per un Inuit distinguere i vari tipi di neve potrebbe essere utile (c’è solo un tipo di neve, quella ghiacciata e compatta, che si adatta bene per essere tagliata in blocchi che andranno a costituire i mattoni del suo igloo, e questo l’Inuit deve saperlo riconoscere prima di iniziare il lavoro), oppure addirittura salvargli la vita (se ad esempio si avventura in una lastra di ghiaccio che potrebbe cedere sotto il peso della sua slitta o per individuare il punto più sottile dove fare un buco per pescare).

Oltre a differenziare i diversi tipi di neve, l’Inuit   possiede una vasta gamma di categorie cromatiche che influenzavano la loro percezione del colore dell’acqua del mare, e non è difficile comprendere come questo possa risultare necessario ad una popolazione che trae la propria sopravvivenza quasi esclusivamente dal mare.





L’antropologo tedesco (naturalizzato statunitense) descrisse fra i kwakiutl (una tribù indigena che viveva sulle coste del Canada) una strana cerimonia rituale chiamata potlatch, si trattava fondamentalmente di un
festeggiamento, di un banchetto a base di carne di foca o di salmone, in cui una delle famiglie della tribù ne invitava altre e alla fine elargiva agli invitati oggetti di prestigio e beni di prima necessità.

Tanto più elevato era il valore dei doni, tanto più potere e prestigio acquisiva la famiglia ospitante, non era raro che questi stessi beni venissero distrutti subito dopo essere stati regalati da chi li aveva avuti in regalo ed essi impegnavano questi ultimi a restituirne una quantità maggiore se non volevano perdere l’onore, il potere, lo status e il prestigio.

Si trattava non di un’economia tesa all’accumulo e al risparmio, ma alla dilapidazione e alla competizione; regalare molti beni a qualcuno voleva ribadire che chi faceva questo regalo era un pescatore talmente abile da potersi privare di beni che per altri sarebbero stati essenziali: era una manifestazione della propria potenza e della propria munificenza ed era tesa a stabilire privilegi e gerarchie sociali.

Certo, penserete voi, i kwakiutl erano e sono (visto che i potlach vengono organizzati anche adesso e né i missionari né le autorità canadesi sono mai riusciti a contrastarli) dei selvaggi … distruggere così in un attimo tutti quei beni, quegli oggetti che erano costati lavoro e fatica, per cui delle persone avevano pure rischiato la vita (andare per mare su dei barconi a caccia della balena non è mica tanto semplice, gli antichi greci chiamavano il mare “creatore di vedove”).

E per cosa poi, per il prestigio, per guadagnarsi il rispetto della tribù, per umiliare i nemici, per trovare uno scopo nella vita attraverso la produzione sovrabbondante di oggetti? Meno male che noi occidentali non siamo così, siamo civilizzati noi, abbiamo inventato prima la “téchne” che progressivamente si è divincolata dalla “psyché” che l’ha creata ed è diventata un mostro orrendo che ci sovrasta tutti e che ci riempie di oggetti di dubbio gusto diventati ormai indispensabili che non mantengono mai la felicità che ci promettono e sono divenuti i nostri padroni.




Psyché deriva da physéche che significa: ciò che sostiene la natura. Téchne deriva da héxis no? che significa: essere padrone e disporre della propria mente” (Platone, Cratilo, 400 b; 414 b-c).

Basta soltanto vedere i gesti isterici di un tizio a cui non funziona il pc, o è troppo lento, o si è dimenticato a casa il telefono cellulare, che ci sorgono dei dubbi sul fatto che siamo diventati “padroni” e che disponiamo della nostra mente.

Noi occidentali acculturati, comunque, non distruggiamo i beni che produciamo, li esibiamo prima almeno, apparteniamo ad una cultura che predilige l’esibizione della ricchezza e della propria potenza … solo così si spiega ad esempio come un mio conoscente ed ex vicino di casa abbia speso più di 120 mila euro per acquistare una porsche carrera che è stata danneggiata seriamente prima dalla grandine l’estate scorsa, poi da un incidente qualche mese fa.

Ma non si tratta solo di automobili, si possono esibire anche abiti, gioielli, acconciature, interventi estetici, i posti esclusivi che frequentiamo, l’arredamento, abitazioni lussuose e sfarzose, oggetti di prestigio, tecnologia, uno stile di vita, il riversare il benessere sui propri figli, sugli animali domestici, sull’esclusivo possesso di cose esotiche, su vacanze in posti proibiti, sul potersi permettere di fare cose che agli altri sono escluse (Gianni Agnelli che girava nudo sul suo yacht mentre chiunque altro sarebbe stato arrestato per atti osceni se si fosse denudato sulla sua barca).

Anche il sapere, o meglio la cultura, viene regolarmente esibita nei salotti televisivi, con citazioni un tanto al chilo, con biblioteche domestiche a metratura con libri rigorosamente in brossure, in versione prestige, in pelle magari, tutti uguali e regolari, regolarmente spolverati dai domestici (e non dalla lettura), col colore della copertina che si intona alla tonalità cromatica dei mobili in mogano o in ciliegio.

La cultura declinata e non vissuta, sapienti che non sanno nulla circa se stessi, redentori poco redenti, indicatori di vie verso la felicità infelici, prosaici poeti, prestigiatori del nulla, saltimbanchi sciatalgici o paralitici, funamboli acrofobici con le vertigini, guide col navigatore satellitare, insegnanti che non hanno mai imparato la lezione e che non hanno nulla da insegnare, avieri con la paura di volare, chi ti fa l’identikit del mostro, il suo plastico, ti declina il suo modus operandi, il suo indirizzo, il suo codice fiscale, la sua partita iva, il suo numero di scarpe … senza averlo mai visto … come quel famoso criminologo televisivo che descrisse il mostro di Firenze come una persona molto colta, raffinata, un feticista, un cultore di messe sataniche, che derivò dalla disposizione delle pietre che erano servite per un falò arcani rituali celtici di morte e resurrezione, senza dubbio un medico, magari un chirurgo e anche bravo a giudicare dalla perizia e dalla finezza della sua mano nel maneggiare il coltello con cui mutilava le vittime femminili ai genitali … poi spuntarono fuori Pietro Pacciani e i suoi compagni di merende, sulla cui cultura è meglio stendere un velo pietoso e la cui unica finezza e abilità nel maneggiare un coltello derivava dal taglio delle pagnotte toscane e dalla finocchiona e dal pecorino di Pienza con cui condivano il pane.







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