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  Garbo [ (Cronache del Tempo Medio) ]
         

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15 febbraio 2013

PIÙ LUCE (MEHR LICHT) 2



C’è anche chi ti insegna a perdere sette-chili-in-sette-giorni, chi ti restituisce l’Imu perché ti “ima” alla follia, potrai prelevarla in Posta oppure ti sarà accreditata attraverso un bonifico bancario … in comode mazzette mensili, chi ti fa il condono edilizio, il condono fiscale, il condono tombale, chi ti da la remissione totale di tutti i peccati e di soltanto una parola e io sarò salvato, e oggi stesso sarai con me in paradiso, fra il buon e il cattivo ladrone (in realtà aveva solo un pessimo ufficio stampa … come Mario Monti, che è stato consigliato da David Axelrod, guru della vincente campagna di Obama alle presidenziali, di adottare un cane in diretta nel corso della trasmissione di Daria Bignardi.

Ora, si da il caso che anche Silvio Berlusconi si fosse fatto fotografare solo qualche giorno prima con un cane che aveva adottato per intercessione della Brambilla e che subito dopo Pierluigi Bersani sembra abbia detto: “E che stiamo noi qui a pettinare i chihuahua? Procuratemi un cane anche a me!”.

C’è chi ti fa guarire senza medicine, chi ti dice qual è l’unica cosa che conta (e non fate tanto gli spiritosi… non è quella… troppo semplice), chi ti dice che puoi fidarti di te … nonostante le fregature che ti sei dato e nonostante continui ancora a credere a chi scrive queste cose, chi ti insegna che il sesso è amore … che l’amore è sesso e che cambiando l’ordine degli “ad-denti” il risultato non cambia, chi ti svela i segreti dell’alchimia e dell’arte di trasformare se stessi … come Big Jim o Barbie a cui prima cambiavi la casetta e i vestiti, adesso è diventata pure nera, nera, nera, è diventata nera come il carbon ….




Chi ti consiglia di amare e non pensare … che sembra la cover del vecchio adagio siciliano: “Mangia, vivi e futtitinni!” (mangia, bevi e fottitene), mentre ha già in preparazione altri due best seller dal titolo emblematico: “Se si persu tira l’assu!” (se sei nei guai usa l’asso di briscola) o: “Bedda, u spardamu stu russettu?” (Bella, consumiamo quel rossetto! Che in siciliano sembra essere una richiesta, ma che in realtà è una proposta del tipo: “Che diavolo stiamo aspettando?” … il siciliano non conosce la frase interrogativa anche quando usa il punto interrogativo, perché il siciliano è l’uomo che non deve chiedere mai, the man that don’t have to try too hard).

Certo, direte voi, che questi kwakiutl saranno pure selvaggi, ma quanto ci somigliano … anche noi a ben guardare sprechiamo le nostre risorse, acquistando continuamente nuovi oggetti che vanno a sostituire i vecchi ancora perfettamente funzionanti e che anzi non ci siamo dati nemmeno la capacità di conoscere e quanti generi alimentari buttiamo via perché acquistiamo più cose di quelle che riusciremo mai a consumare.

Viviamo nell’era del consumismo più sfrenato, dove si produce sfruttando al massimo le risorse della natura e la tecnologia acquisita, per stimolare la gente ad avere, all’acquisto, a quel senso di soddisfazione che ti da un frigo pieno di ogni ben di dio (invece di un frigo dove risuona l’eco degli jodel tirolesi … e ti sorridono i monti, le caprette ti fanno ciao); secondo una stima buttiamo circa metà di tutti i beni alimentari che produciamo ed esistono teorie sociologiche che ci spiegano come siamo ciò che consumiamo e che la quantità di beni esposti e quella della spazzatura che produciamo è direttamente proporzionale col nostro livello di benessere, con l’autostima percepita e col tono dell’umore.

Che siano i prosciutti o il baccalà esposti al mercato, i formaggi tagliati e mostrati, i pesci visibili nell’acquario o sul bancone, la verdura annaffiata d’acqua perché non si disidrati, o i regali di nozze esposti a casa della sposa oppure, come mi raccontava un mio amico, caricati su un camion scoperto e fatti girare per le vie del paese, come capita/ava in un borgo della Campania che lui aveva visitato, non ci discostiamo molto né dai kwakiutl né dai selvaggi a cui luccicavano gli occhi di fronte a quei fondi di bottiglia e a quegli specchietti per le allodole con cui i primi conquistadores cercarono di circuirli.



Franz Boas non si accontentò però di studiare gli indiani dell’ovest vivendo insieme a loro, col suo staff di ricercatori e di etnologi si chiese come avrebbe reagito un indigeno che aveva sempre vissuto nella sua tribù, che conosceva le foreste del Canada e dell’Alaska, o le acque dell’Oceano Indiano, o le travi in legno della sua capanna, se si fosse trovato in una città come New York, con i grattacieli degli anni ’20, con le automobili che giravano per le strade, con la metropolitana, con gli ascensori, con gli aerei che la sorvolavano.

Fu così che portarono nella Grande Mela la giovane guida che faceva loro da interprete ma, con loro grande stupore questi non fu impressionato da tutte le diavolerie moderne della città più all’avanguardia della cultura dell’Occidente, guardava le cose ma sembrava non vederle davvero, sembrava non lo interessassero per niente, non ebbe nemmeno un sussulto quando il rombo del primo aereo si fece sentire nell’aria e si stagliò davanti ai suoi occhi questo strano uccello d’acciaio, o quando vide il suo primo treno.

Ebbe la sua prima reazione, invece, quando assistette al dileggio in un circo dei cosiddetti “fenomeni da baraccone”: la donna cannone, l’uomo forzuto, il nano, il gigante, la donna barbuta, il mangiafuoco, le gemelle siamesi, … ; nella sua cultura le persone deformi o strane erano state “toccate dal Dio”, quindi esseri privilegiati che meritavano rispetto, non dileggio … ma come spiegare al giovane kwakiutl che tutta la nostra società si regge sull’uniformità e sull’esclusione del diverso? Come fargli comprendere l’esclusione dal consorzio civile di matti, di malati, di deformi, di diversi, come spiegargli i pogrom in cui si bruciavano gli ebrei, gli autodafé in cui si ardevano gli eretici, le streghe, gli alchimisti, i rischi che correvano i sapienti al di fuori del mantello controllore della religione, gli zingari e chiunque volesse dirsi libero, come spiegargli i lager e i forni crematori che da li a qualche decennio saranno una triste realtà e senza dubbio alcuno la pagina peggiore che abbia mai scritto la nostra cultura, come dirgli che esponiamo il folle, lo scemo e il deviante al pubblico ludibrio solo per rassicurarci che in fondo noi non siamo come loro, non siamo mica matti, scemi o devianti.

Queste pratiche di esclusione affondano le loro radici negli albori della nostra civiltà, in Atene ogni anno durante le Tergelie in onore di Apollo, veniva praticato il rito della kátharsis (purificazione), in cui la comunità sceglieva uno dei suoi membri marginali, afflitto da deformazioni fisiche o da patologie psichiche, lo eleggeva a kátharma o perípsema (immondizia) e lo metteva al bando accompagnandolo in processione fino alle porte della città, per illudersi di eliminare così le contaminazioni presenti nel gruppo sociale.

Sempre in Atene si praticava l’ostrakismós, in cui i cittadini si esprimevano circa l’opportunità di esiliare e di privare dei suoi diritti civili per un decennio o per sempre uno degli esponenti della città, perché ritenuto pericoloso per la collettività; a Sparta i bambini malati o deformi venivano abbandonati sul monte Taigeto perché soccombessero alle intemperie o sbranati dalle fiere e nell’antica Roma gettavano i traditori o coloro che si rifiutavano di testimoniare dalla Rupe Tarpea, sul versante meridionale del Campidoglio.




Le nostre famiglie, i nostri clan, i gruppi di appartenenza, i campanili, i nazionalismi, …, che hanno insanguinato il vecchio e il nuovo mondo e hanno avuto l’ardire di poter dominare il mondo si fondano su un meccanismo in fondo molto semplice, individuato da Melanie Klein, che chiamò il momento evolutivo in cui predomina “posizione schizo-paranoide” e lo descrisse con queste parole:

«Nella primissima fase dello sviluppo, nella psiche del bambino gli oggetti persecutori e gli oggetti “buoni” (seno) sono tenuti ampiamente separati tra loro. Quando, in concomitanza con l’introiezione dell’oggetto

reale e totale, essi si avvicinano per ricongiungersi e unificarsi, l’Io deve ricorrere continuamente a quel meccanismo di grande importanza per lo sviluppo delle relazioni oggettuali che è la scissione delle imago in amate o odiate o, che è lo stesso, in buone o pericolose. È lecito ritenere che sia in realtà a questo punto e in queste circostanze che si instauri l’ambivalenza, la quale in fin dei conti attiene alle relazioni oggettuali, riguarda cioè gli oggetti totali o reali. L’ambivalenza che si istituisce in una scissione delle imago mette in grado il bambino in tenera età da un lato di acquistare più fiducia e di credere maggiormente nei suoi oggetti reali e di conseguenza in quelli interiorizzati, nonché di amarli di più e di dar vita in misura sempre crescente a fantasie di restaurazione degli oggetti amati. Dall’altro essa fa si che le angosce paranoidi e le difese connesse siano indirizzate agli oggetti “cattivi”. Il sostegno che l’Io riceve da un oggetto reale “buono” è quindi incrementato da una sorta di meccanismo di fuga grazie al quale può oscillare tra i suoi oggetti buoni esterni e quelli interni. […] Questo processo continua finché l’amore per gli oggetti reali e per quelli interiorizzati, e la fiducia in essi, non si stabiliscono saldamente. A questo punto, nello sviluppo normale, l’ambivalenza, che è in parte una protezione contro il proprio odio e contro gli oggetti odiati che incutono spavento, si riduce in misura più o meno grande. Con l’aumento dell’amore per i propri oggetti buoni e reali aumenta la fiducia nella propria capacità di amare e si riducono le angosce paranoidi per gli oggetti cattivi; questi cambiamenti comportano una diminuzione del sadismo e modi più adeguati per controllare l’aggressività e di darle sfogo» (Melanie Klein, 1935, Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco-depressivi, in Scritti 1921-1958, Boringhieri, Torino, 1978, p. 323-324).




In sostanza la Klein parte dal presupposto che il bambino molto piccolo non distingua ancora fra sé e l’altro, fra dentro e fuori e non abbia nemmeno la cognizione della “mamma”, egli ha esperienza puntuale del seno (oggetto parziale, mentre la mamma è un oggetto totale) … o meglio di un disco volante morbido e lattiginoso da cui sgorga qualcosa che gli piace tanto e che placa uno stato di malessere dovuto alla fame e alla sete, che talvolta può essere soddisfacente e quindi sentito come “buono”, talaltra può essere insoddisfacente (perché si fa attendere, perché il latte non è particolarmente saporito, perché è poco, perché non è morbido, ….) e dunque “cattivo”.

Ora, dei semplici meccanismi di introiezione all’interno e di proiezione all’esterno delle sensazioni che permangono circa queste esperienze col seno presiedono alla formazione del dentro e del fuori, dell’Io e del tu e tutti gli oggetti esterni parziali alla fine verranno unificati e costituiranno la mamma, mentre tutte le sensazioni interiorizzate andranno a costituire l’Io, nel senso che tutte le esperienze “buone” vengono interiorizzate e fatte proprie (sono parte di me, perché il bambino ignora che il seno è qualcosa di diverso da lui), mentre quelle “cattive” vengono proiettate all’esterno o come diceva Freud vengono “sputate” (ausstossung) … e chiunque abbia avuto a che fare con dei bambini piccoli sa perfettamente come

attraverso la loro bocca passi la conoscenza del mondo intero e come una cosa ritenuta buona, fosse pure una moneta, venga ingoiata e quella ritenuta cattiva venga sputata fuori senza appello, fosse pure il nettare degli dei. 

La tendenza naturale a sentire tutto ciò che è buono come “mio” e a rifiutare come proprio tutto ciò che è spiacevole e “cattivo” se ci fa sentire beatamente buoni, bravi e belli, nello stesso tempo popola il mondo esterno di cose inquietanti, che scatenano il nostro odio e la nostra aggressività (il bambino potrebbe essere tentato di mordere il seno quando lo sente cattivo, o quando lo invidia dice pure la Klein) solo che la madre si accorge di questa aggressività del suo bambino solo quando questo a questo sono iniziati a spuntare i dentini.




L’ambivalenza serve a tollerare la presunta pericolosità dell’oggetto esterno cattivo e l’invidia verso l’oggetto esterno buono, in modo da riconoscere gradualmente che il seno buono e il seno cattivo sono lo stesso seno, che non mi appartiene ed è esterno e insieme a tante altre caratteristiche globalmente si chiama mamma, mentre i sentimenti di benessere e di malessere, gli slanci affettuosi e amorevoli e quelli aggressivi fanno entrambi parte di me.

Se depuriamo questa teoria kleiniana delle imperfezioni dovute alla datazione e al fatto che l’Infant Research nel frattempo ha avuto dei progressi enormi e ha fugato l’ipotesi iniziale che il bambino all’inizio si ritenga indifferenziato e che non distingua fra un sé e un mondo esterno e l’ipotesi di partenza che fu anche di Freud che la relazione madre-bambino si fonda principalmente sul nutrimento e sulla sopravvivenza e non sul fatto che essa sia piacevole in sé e attivamente ricercata sia dalla madre sia dal bambino che è relazionale fin da subito e non chiuso in un ipotetico autismo o in un narcisismo primari, possiamo applicarla anche alla costituzione dei gruppi.

Se costruissimo un gruppo molto rigidamente in base al fatto che tutto ciò che è bello e buono ci appartiene e tutto ciò che è pessimo e brutto è al di fuori di noi, se da questo dipendesse la nostra autostima, il nostro benessere la nostra stessa identità, difficilmente riusciremmo a gestire le frustrazioni, i dati incoerenti con questi presupposti, l’aggressività che potrebbe scaturire da qualsiasi cosa minacciasse questo dogma.

L’identificazione di un nemico esterno è allora necessaria quando questa struttura è molto rigida o quando le frustrazioni si fanno più intense: l’Italia e la Germania del primo dopoguerra uscirono distrutte dal punto di vista economico e, soprattutto, dal punto di vista dell’immagine, dell’autostima e dell’amor proprio come nazione, vollero a tutti i costi una nuova guerra non soltanto per rivendicare ciò che credevano appartenesse loro per diritto, ma per scavalcare e dominare chi li aveva, a loro parere, defraudati.




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