.
Annunci online

  Garbo [ (Cronache del Tempo Medio) ]
         

Se vuoi contattarmi, scrivi qui: garbolab@virgilio.it.

 

  

   
                                            

                  

 

motori di ricerca italiani


15 febbraio 2013

PIÙ LUCE (MEHR LICHT) 3



Gli ebrei in questo contesto, più di francesi e inglesi, rappresentavano il male assoluto fondamentalmente perché usurpavano impunemente il posto dei primi della classe (il popolo eletto), poi perché li si riteneva infidi, capaci di qualsiasi bassezza e bruttura, potentissimi economicamente e intellettualmente e che utilizzavano il loro potere per danneggiare il popolo tedesco prima e italico poi (è incredibile con quale rapidità si scatenò un odio assurdo contro gli ebrei dopo l’emanazione in Italia delle leggi razziali, come se ci fosse una grande necessità di un nemico prêt-à-porter) e, infine, perché gli ebrei erano un “nemico” presente ovunque e abbastanza debole da essere colpito immediatamente per innalzare la stima di potenza e di coesione dei due Paesi.

Gli omosessuali furono colpiti per contrastare i propri impulsi omofilici, ogni regime verticistico autoritario e autocratico coltiva l’omofilia mascherata da cameratismo, salvo poi avere orrore quando questa omofilia sfocia spontaneamente e naturalmente in omosessualità (il nazismo, il fascismo, il cattolicesimo sono alle prese con questo paradosso, senza accennare a comprenderlo anzi, tentando invano di combatterlo con la vergogna, senza riflettere che mentre l’omofilia è uno slancio naturale, contrariamente a ciò che ritengono, il peccato e la vergogna sono fenomeni prettamente culturali e relativi a culture fortemente intrise di omofobia).

Gli zingari furono perseguitati perché erano uomini liberi, senza regole né radicamento ad una terra, esattamente il contrario del controllo sociale che instaurarono i nazisti e i fascisti, che richiedevano fedeltà, disciplina, la privazione del privato e della libertà in cambio di ordine, benessere e dell’orgoglio dell’appartenenza.



Un’altra cosa stupì il giovane kwakiutl, il fatto cioè che i newyorkesi chiudessero accuratamente le loro abitazioni serrando porte ed infissi; nel suo mondo tutto questo era superfluo, il furto sarebbe stato inconcepibile in una società basata sul dono rituale e che, comunque, distribuiva le risorse in maniera equa, ma anche ammesso che in un’altra cultura qualcuno potesse desiderare qualcosa che appartenga ad un altro fino a rubarla, egli non riusciva proprio a capacitarsi di come si serrassero al sicuro carabattole e cianfrusaglie dozzinali, senza alcun valore per lui, mentre l’unica cosa a cui lui attribuiva grande valore, la maniglia o il pomello di ottone, rimanesse fuori dalla porta.

Guardare … certo … si può guardare vicino o lontano, noi occidentali siamo miopi perché riteniamo che tutte le cose importanti siano a noi vicine, stiamo incollati ai libri, alla tv, al monitor di un pc, ad un telefono per guardare immagini che ci hanno inviato e non guardiamo più la volta celeste o l’orizzonte o le verdi praterie; ma se con i globi oculari siamo abituati a guardare le cose vicine, con gli occhi del cuore invece preferiamo guardare lontano piuttosto che nelle nostre prossimità.      

Si può amare, o si può credere di amare qualcuno conosciuto su internet, che si trova a centinaia di chilometri di distanza, che non si è mai visto (se non per speculum et in aenigmate), che non hai mai guardato negli occhi, a cui non hai mai stretto la mano, che non hai mai abbracciato, …, piuttosto di chi ti sta vicino; sembra un’assurdità ma è così è più facile amare uno sconosciuto, è più facile amare il remoto che il prossimo.

E ciò sia in termini di distanza fisica sia in termini di distanza temporale, amiamo solo chi non c’è più mentre quando c’era eravamo più impegnati in una guerra contro di lui, possiamo dirci che l’amiamo solo a distanza di tempo, possiamo amare persino i posteri e le leopardiane magnifiche sorti e progressive purché non ci si approssimino più di tanto … se accade, allora sono il fastidio e l’irritazione a prevalere.




È più facile, molto più facile, amare uno sconosciuto invece del prossimo nostro, come predicava un tizio in Galilea circa 2000 anni fa, è più facile tendere il braccio come fece quel samaritano che ebbe cura dell’israelita che alcuni briganti avevano percosso e spogliato dei suoi averi, mentre il sacerdote e il levita (che gli erano più prossimi perché appartenevano al suo stesso popolo), che erano passati prima di lui, non accennarono nemmeno a dargli quell’aiuto che gli occorreva e passarono oltre.

Potremmo dire che il sacerdote e il levita erano troppo vicini a quello sfortunato israelita che non lo videro e non potevano vederlo, essi guardarono ma non videro un uomo appartenente alla loro gente a cui occorreva aiuto … è strano tutto questo, però è una triste verità e si chiama indifferenza, quante volte vediamo gente che ci tende la mano (o gesti di bisogno molto più discreti, solo accennati, un vestito liso, uno sguardo di invidia, una sommessa richiesta di aiuto e di attenzione) senza che ci sentiamo chiamati a prestarci in prima persona, ad aiutarli.

Talvolta, al contrario, vediamo senza guardare e mi sono ricordato di questo particolare modo di vedere le cose di fronte al Bal a Bougival di Pierre Auguste Renoir del 1883 esposto al Palazzo della Gran Guardia di Verona nella mostra dal titolo:   Da Botticelli a Matisse. Volti e figure.

Dietro la tesa del cappello di paglia dell’uomo che danza possiamo immaginare due occhi ardenti, febbricitanti, penetranti, densi di desiderio che il mento volitivo, il cingere la schiena alla sua dama con grazia eppure con decisione, lo stringerle la mano, l’incedere danzando in avanti sottolineano; per un attimo quegli occhi fiammeggianti e tutto il suo corpo flessibile e teso nel ballo le hanno trasmesso un desiderio di peccato, un’idea spudorata, un’immagine sconveniente, ma al contempo la proposta più allettante del mondo.




Per un attimo anche lei ne è stata complice, ha immaginato le stesse scene, si è crogiolata nelle stesse brame, avvolta nello stesso anelito, ha fremuto della stessa passione, vibrato della medesima frenesia, è arsa nello stesso fuoco, infiammata dalla stessa passione, avvolta nelle stesse spire … il suo volto è specchio del desiderio dell’uomo, un desiderio che è diventato comune; poi, come assalita da improvviso pudore, distoglie lo sguardo dagli occhi fiammeggianti di peccato di lui, come se il desiderio fosse al di fuori di lei, come se bastasse guardare altrove per prenderne le distanze, ma non si sottrae alla stretta di lui, non alla presa, non alla danza.

Il suo è un non-sguardo che vede, tutto è ancora ben impresso nei suoi occhi, presente nella sua mente, inciso nella sua carne; lo scintillìo degli occhi, quel suo sorriso beato  e l’ondulare della sua gonna assecondando graziosamente il ritmo del ballo ci lascia presagire ancora quel fremito di “danza trivigiana” (Giovanni Boccaccio, Decameron, Giornata Ottava, Novella Ottava) che si danzava e ancora si danza nella marca gioiosa et amorosa.




Altro sguardo interessante, sempre dalla stessa mostra, è quello di Christina Olson, dipinta da Andrew Wyeth nel 1947; il pittore statunitense, che si ispirò al realismo di Edward Hopper, fu ossessionato da questa donna affetta dalla poliomielite, che aveva perso completamente l’uso delle gambe e che, rifiutando orgogliosamente la sedia a rotelle,  trascinava il suo corpo strisciando per terra e aiutandosi con le braccia, una donna che abitava a Cushinh nel Maine in una modesta fattoria vicina a quella dei coniugi Wyeth ed era assistita dal fratello Alvaro.

Certamente la sensibilità e l’esperienza infantile di  Wyeth entrarono in risonanza con quelle di Christina, anch’egli da bambino era stato cagionevole di salute, suo padre N.C. Wyeth era un uomo grande e grosso, dotato di un’energia inesauribile, era descritto dai figli come un tiranno gentile e protesse energicamente i suoi figli, in particolare Andrew che, a causa della sua salute, si sentiva quasi tenuto prigioniero in casa, che dovette imparare a disegnare abilmente prima ancora di saper leggere e scrivere, che dovette confrontarsi tutta la vita professionalmente con la figura e lo stile di suo padre e che trasgredì soltanto al desiderio di quest’uomo che lui diventasse un illustratore, seguendo così le sue orme.

Per questo capirete come Christina Olson che  colpì Wyeth per il suo trascinarsi "come un granchio su una spiaggia del New England", potesse essere l’emblema stesso del pittore americano, segregato e tenuto prigioniero dal padre non soltanto fisicamente, ma anche psicologicamente attraverso il monito esplicito di ripercorrerne le orme pedissequamente sia come illustratore, sia come stile.




Il padre N.C. Wyeth era un realista di stretta osservanza e il suo stile era intenso, deciso, vigoroso, come il suo carattere, nel suo tratto pittorico c’erano passione, azione e dramma; fu un illustratore di successo di riviste, di poster, di pubblicità, i suoi “L’isola del tesoro”, “Robin Hood”, “L’ultimo dei Mohicani” e “Robinson Crusoe” vendettero  milioni di copie, fu un autore di grande successo e la sua casa era frequentata da personalità dello spettacolo e da altre celebrità come F. Scott Fitzgerald e Mary Pickford.

Fu molto difficile per Andrew doversi confrontare con un uomo  così impetuoso e travolgente, la sua sensibilità era infatti molto diversa da quella del padre, pur avendo compreso e acquisito la necessità trasmessagli da suo padre di identificarsi completamente con i soggetti della sua arte, di essere nello stesso tempo l’osservatore e l’oggetto osservato, di memorizzare la forma concreta della cosa che stava dipingendo, di conoscerla talmente bene che avrebbe potuto rivelare ad esempio di una brocca quale fosse:  “la forma del suo interno come il fenomeno della sua cavità, il suo peso, la sua pressione sul suolo, il suo odore, la partizione dell’aria”, egli tuttavia sentì la necessità di integrare questo rigido realismo con un certo astrattismo che ritrovò nell’avanguardismo dei paesaggisti come John Marin, Winslow Homer, Albert Bierstadt e Fitz Hugh Lane.


Tutta la sua esperienza pittorica fu un progressivo prendere le distanze dal realismo trasmessogli dal padre, dal penetrare vigorosamente dentro il dipinto, dal costruire potenti legami fra il pittore e l’oggetto che dipinge, un trasfigurare persone e oggetti non per denudarli nell’intimo ma per lasciar trasparire noi attraverso di loro, cogliere un nostro sentimento attraverso la raffigurazione altrui, attraverso un afflato che si sente con le persone e con gli oggetti e tutto ciò aveva necessità di astrazione, le figure dovevano conformarsi al sentimento, non essere scatole rigide che lo contengono.

Di Christina Wyeth scrisse: “Sento la solitudine di quella figura, forse la stessa che sentivo quando ero ragazzo […] È stata la mia esperienza quanto la sua”, nella disabilità motoria di lei identificava la sua disabilità psicologica ad autonomizzarsi dal padre, quest’essere fragile, con le braccia e le gambe semiatrofizzate, il corpo magrissimo, la figura disarmonica, assolutamente non bella, rappresentava ciò che Andrew credeva di essere, ciò a cui pensava di assomigliare, completamente differente da suo padre che era, al contrario un uomo alto, bello, prestante e di successo.




Ma in Christina coglieva molto di più che la sua infermità, l’informità e la disabilità, ne coglieva la nobiltà, l’orgoglio, l’ostinazione nel non cercare alcun aiuto, nel rifiutare la sedia a rotelle e qualsiasi altro ausilio meccanico per muoversi (che l’avrebbe fatta sentire davvero handicappata, diversa), la voglia tenace comunque di vivere e di muoversi soltanto con i propri mezzi.

Il pittore la ritrae seduta sul limitare della soglia di casa, appoggiata con una spalla sul portone, le gambe e le braccia molto magre, atrofiche e innaturalmente lunghe, le mani congiunte e inerti poggiate una sull’altra sopra le gambe, la pelle estremamente pallida di chi non fa molta vita all’aperto, investita quasi brutalmente dalla luce del sole che colpisce l’intera figura, col vento che solleva  alcune ciocche dei suoi capelli e che le sferza dolcemente il viso.

Possiamo sentire quasi quel vento anche sul nostro viso, possiamo sentire sulla nostra pelle e sui nostri vestiti il calore di quel sole, possiamo avvertire il fruscio dell’erba accarezzata dal vento, possiamo per un istante vivere anche noi ciò che sente Christina, sospesa fra interno ed esterno, fra vita e morte, fra essere e divenire, fra giovinezza e vecchiaia, fra vita e morte, fra civiltà e natura selvaggia, fra la luce e buio … perché buio è l’interno della casa e luminoso l’esterno, ma buia è a tratti la natura esterna, buio il centro dell’albero visibile, buio ciò che non si vede, proprio perché non si vede (cosa guarda Christina, l’oceano? Un mare d’erba? O il buio della sua anima e le sue preoccupazioni?), buio è il suo vestito nero che le ricopre il corpo e le gambe, come un nero mantello di oscurità, buio è il suo sguardo appena addolcito dalla soddisfazione di essere giunta li a godersi quella luce.

Per quanto tempo ancora potrà essere in grado di giungere da sola a godersi quel momento, per quanto ancora potrà godersi quella luce; ecco che il suo volto altero è offuscato dalle ombre, ecco che i suoi occhi smarriti nell’infinito sembrano bramare, come Goethe sul letto di morte: “ Mehr Licht! Mehr Licht!” (Più luce! Più luce!).




sfoglia     gennaio        marzo
 


Ultime cose
Il mio profilo



ANTONIO
CASTALIA
E=MC2
FIORDISTELLA
FIOREDICAMPO
GARBO (BLOGSPOT)
IOJULIA
LONDON-BLOG
MALVINO
POETRY IN THE MORNING
SPECCHIO

ANGELO BRANDUARDI
ARTUSI
BEPPEGRILLO
BLUE NOTE
CARLO LUCARELLI
FRANCOBATTIATO
GARBO
GIORDANO BRUNO
GIORNALETTISMO
GRUPPO ABELE
IL FATTO QUOTIDIANO
MARCO PAOLINI
MARCO TRAVAGLIO
MENTE CRITICA
MICROMEGA
PASQUALE MISURACA
SPINOZA
VOGLIO SCENDERE
AIPCF
AREA 25
BRITISH SOCIETY OF COUPLE PSYCHOTHERAPISTS AND COUNSELLORS
IFPS
OPSONLINE
ORDINE PSICOLOGI DEL VENETO
PROGETTO COPPIA
PSICHE
PSYCHOMEDIA
QUELLIDELSISTEMA
SCIENZA E PSICOANALISI
SIPRe
S.P.I.
THE TAVISTOCK CENTRE FOR COUPLE RELATIONSHIPS


Blog letto 1833665 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom