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  Garbo [ (Cronache del Tempo Medio) ]
         

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16 novembre 2012

CAPPUCCETTO ROSSO AND OTHER TALES



La fiaba la conosciamo tutti, si tratta di una narrazione di origini medioevali trascritta prima da Charles Perrault ( Le Petit Chaperon Rouge) e successivamente, nella sua versione più nota, dai fratelli Grimm (Rotkäppchen), che ha come protagonista una bambina dall’inconfondibile cappuccetto rosso che deve portare un cestino di vivande alla nonna ammalata.

Nel suo tragitto, attraverso il bosco, incontra il Lupo Cattivo che la inganna facendosi rivelare dove abita la nonna; a questo punto il Lupo, che è più veloce di Cappuccetto Rosso e che conosce il bosco molto meglio di lei, la precede entra nella casa della nonna, la divora e ne prende il posto a letto da ammalata.

Cappuccetto Rosso, seppure con qualche sospetto, si avvicina al Lupo con sembianze di sua nonna quel tanto che basta per essere aggredita e divorata anche lei; fortunatamente un taglialegna insospettito si avvicina a quella casa, comprende ciò che è accaduto, uccide il lupo, lo squarta e libera le due donne illese squarciandogli il ventre.

Oggi in una situazione di questo genere sarebbero intervenuti i Servizi Sociali a proteggere l’ingenua Cappuccetto Rosso, ci sono gli estremi per lo sfruttamento di lavoro minorile, di  mancata custodia di minore e per togliere la patria potestà ai suoi genitori ... come cavolo si fa a mandare una bambina da sola nel bosco con quel ridicolo vestitino rosso che la rende visibile a chilometri di distanza?

Per quanto riguarda la nonna ammalata, invece, la questione si sarebbe risolta con una telefonata alla Guardia Medica e con un buon servizio di catering a domicilio.

Tutto ruota, comunque, sulla mancata cura; i genitori di Cappuccetto si prendono poca cura sia della nonna ammalata inviandole una bambina che non potrebbe esserle di grande aiuto se stesse molto male, sia della bambina, gravata di una responsabilità molto grande ed esposta al pericolo.




Non prendersi cura degli anziani è non prendersi cura del proprio passato, delle proprie radici, mentre non prendersi cura dei propri figli è non prendersi cura del proprio futuro, ed è questo ciò che sta accadendo in Italia, dove la protesta giovanile viene manganellata; le immagini le abbiamo viste tutti, cariche di polizia discutibili, non se ne capisce il motivo ... volevano solo arrivare fino a Montecitorio a gridare la loro protesta. Perché in Italia è vietato protestare sotto i palazzi del potere? Chi deve sentire la protesta se non chi ci governa?

Non erano armati, ma neanche cretini, così si erano premuniti di caschi e di scudi di plastica e di cartone, puntualmente dopo questi avvenimenti la polizia trova e sequestra le armi dei “rivoltosi”, che stranamente rappresentano più il concetto di armi da rivolta che può avere un questurino invece di ciò che un giovane userebbe come arma contro la polizia ... un martello, signori, vi rendete conto? La polizia ha trovato un martello, dove non si sa, ma sicuramente (così dicono) appartenuto ai “rivoltosi” ... chissà, forse c’era qualcuno che invece che chiodi voleva piantare poliziotti ... chissà se va bene pure per piantare il partner ...

Il figlio dice al padre: “Pa’ esco, vado in piazza a protestare, prendo il martello ...”, “Ma non sarebbe meglio la spranga?”, “Ma no, meglio il martello, non hai visto il film di Thor, il dio del tuono?”

Poveri patetici giovani guerrieri del terzo millennio che abbiamo piantato fin da piccoli davanti ad un televisore, affidato ai nonni, alla baby sitter, alla vicina di casa, perché mamma e papà devono lavorare per pagare le rate della lavatrice, o le rate della macchina ... che quando avremo finito di pagarla sarà già vecchia e dovremo rifare le rate per la prossima, che abbiamo piazzato di fronte ad un i-pod a trastullarsi con quei giochini stupidi perché se ne stessero buoni.




Poi abbiamo gentilmente concesso loro una scolarità infinita, diciotto anni per conseguire una laurea quinquennale, diciotto anni di libri ... perché sembra che oggi il sapere stia solo nei libri, nessuna esperienza concreta, libri, montagne di libri su cui lucra con enorme profitto un’editoria che non è più capace di proporre delle letture stimolanti, se non qualche fenomeno mediatico (e poco importa che sia un giornalista, un politico, un calciatore, un critico d’arte o una velina ... basta che sappiano scrivere ... anche sgrammaticato ... in alcuni casi è pure meglio), o qualche autore straniero, che ci si limita a tradurre alla meno peggio (usando neo-laureati in lingue, ma non necessariamente, pagati una miseria) e ad acquisirne i diritti in Italia.

Si fa un intero corso universitario su un manuale di una determinata disciplina, un capitolo per ciascuna lezione, capitolo che gli studenti possono benissimo leggersi a casa loro e di cui non si vede l’utilità né l’opportunità di una frequenza obbligata o caldamente consigliata. L’insegnamento non dovrebbe essere semplicemente la trasmissione dello stato dell’arte, dei concetti teorici più o meno farragginosi che ruotano intorno ad una disciplina e dei numerosi e noiosissimi paludamenti accademici con cui usualmente li si riveste, dovrebbe essere invece la trasmissione di un saper fare e della passione in ciò che si fa ... soprattutto quest’ultima è essenziale.




Quando finisci l’università sei talmente infarcito di nozioni inutili che sembri uno di quei tramezzini che trovi nei baretti sotto il salone del Palazzo della Ragione, nel centro di Padova, fra Piazza delle Erbe e Piazza delle Frutta, talmente pieni che fai fatica ad addentarli, ma non hai alcuna esperienza ... esattamente l’opposto di ciò che avveniva nelle botteghe artigiane del Rinascimento, dove partivi proprio dal fare le cose, imparavi a riconoscere le varie terre colorate, gli oli più fini, ad impastarle fra loro per ottenere la tonalità di colore voluta, ad estrarre la porpora dalle ghiandole del murice, e altre sostanze coloranti dalle piante, poi iniziavano a preparare la tela, a stenderla su un telaio, a levigarla perché non presentasse asperità, prima di poterci dipingere un decoro floreale, uno scorcio architettonico, un paesaggio, un animale o una figura secondaria (quella centrale spettava al maestro come anche quella dei committenti dell’opera).

Oggi, ad esempio, ad un giovane che volesse studiare filosofia fanno studiare quell’assurdità che passa sotto il nome di “storia della filosofia”, un lungo elenco di vita e pensiero di filosofi ormai defunt; più che filosofi in questo modo si diventa mummificatori esperti del pensiero altrui, sui prodotti di questa mummificazione si costruiscono poi carriere universitarie senza aver mai prodotto un solo pensiero filosofico, avendo sempre e soltanto commentato il pensiero di un altro.

In questo modo si diventa filosofi (o, meglio, professori di filosofia), così come professore di filosofia è ad esempio Massimo Cacciari, che è giunto a difendere l’operato di don Luigi Verzé come se fosse un Vittorio Sgarbi qualunque, con le stesse argomentazioni; in fondo, dicono entrambi, il San Raffaele è pur sempre un’eccellenza in Italia.




Peccato che fuori dall’Italia l’importanza di questo polo medico e di ricerca è infinitamente minore, peccato che con tutti i soldi pubblici investiti ci saremmo aspettati qualcosa di molto meglio, peccato che sarebbe stato meglio investire quei soldi nel pubblico dove è poi più semplice ridistribuire a tutti i risultati delle ricerche e delle innovazioni, peccato che ad un certo punto deve essersi insinuata una vena di megalomania se invece di investire in ricerca si sono fatte delle opere faraoniche in Brasile che niente avevano a che fare col bene pubblico.

Peccato che invece del rigore e della serietà che avremmo potuto pretendere, visto che siamo stati noi a finanziarlo, abbiamo assistito alla proposta per una cattedra a Barbara Berlusconi, neolaureata, che più che di filosofia sembra sapere di calcio ... e di calciatori (sempre per quella storia atavica familiare del conflitto di interesse per cui in quella famiglia non si sa bene quale sia il confine fra il pubblico e il privato, e fra il lavoro e la sfera personale (è consigliere del CDA del Milan ed ha una relazione sentimentale con Alexander Pato, attaccante del Milan), peccato che sia miseramente fallito lasciando solo debiti.

E che dire poi del numero chiuso? No, non si tratta di un nuovo dominio nel campo dei numeri, quelli dei “numeri chiusi” che si va ad affiancare ai numeri naturali, reali, razionali, irrazionali, primi, di Armstrong, di Eisenstein, ..., è la trovata più assurda di questo scorcio di modernità, si tratta nientemeno che impedire l’accesso al sapere o, meglio, rendere accessibile il sapere solo ai più “meritevoli”.

Col pretesto che le aule universitarie sono super-affollate, che non si può insegnare ad un numero sterminato di allievi, che con esami che avevano lo scopo di sfoltirne il numero non si è ottenuto un gran risultato e, soprattutto, col fatto che le università erano un laureificio che produceva disoccupati, si è pensato di limitare l’accesso alle facoltà universitarie ad un numero programmato e definito di anno in anno.




L’altra sera mi trovavo a cena per i festeggiamenti del compleanno di una mia cara amica, che per l’occasione (si tratta di uno di quei fatidici compleanni a tutto tondo, con lo zero nella seconda cifra, io dovevo essere uno dei pochi a sapere la cifra esatta, ma da buon siciliano mi sono guardato bene dal parlarne in giro) aveva preso in affitto una di quelle superbe ville palladiane che ornano i dintorni della città in cui vivo.

Non capita spesso di trovare persone interessanti in queste occasioni, ma quei pochi che vi trovo valgono sicuramente lo sforzo e il bagno di folla che mi tocca fare mio malgrado; quella sera c’erano molte persone a me sconosciute o conosciute solo di vista, c’era Uto Ughi, reduce di un concerto tenuto presso l’abbazia cistercense di Follina con i Filarmonici di Roma, mi sarebbe piaciuto conoscerlo, ma non si è data l’occasione propizia e io non sono il tipo che insiste.

In compenso c’erano alcuni professori universitari seduti al mio tavolo che hanno iniziato ad intavolare il discorso del numero chiuso; erano tutti favorevoli, naturalmente, e si rincorrevano ad elencare i numerosi vantaggi didattici e pratici di questa geniale trovata, facevano spesso la differenza in negativo con gli svantaggi dell’università aperta a “cani e porci”, alle aule affollate, ai molti che sgomitavano per farsi notare durante le pause, ai giorni ricevimento interminabili, alla correzione di numerosi elaborati, faticosissima anche dopo l’introduzione di domande a risposta multipla e di griglie correttive computerizzate.

Mi sono inserito nella discussione con la consueta grazia che mi caratterizza in questo periodo quando mi trovo di fronte ad un’assurdità, a gamba tesa cioè, senza tanti preamboli, sono andato dritto al punto; una volta sarei stato molto più diplomatico, avrei detto comunque ciò che pensavo, ma depotenziandolo, una sorta di pensiero debole, un po’ come frate Guglielmo da Baskerville quando nella sala capitolare dell’abbazia interviene nel dibattito fra i frati francescani e i legati del papa di Avignone.




E poi, se si trattasse di somministrare dei test psico-attitudinali, la cosa potrebbe avere un senso (sempre che il risultato non determinasse l’esclusione da una facoltà, ma soltanto una maggiore consapevolezza nel giovane, che potrà comunque decidere liberamente il da farsi); ma spesso si tratta di quei ridicoli quiz a risposta multipla con domande attinenti alla materia in questione (ad esempio in una facoltà di medicina, domande di anatomia), oppure di “cultura generale”, il problema è che nel primo caso io trovo assurdo che si pretenda che un candidato sappia a priori ciò che è venuto ad imparare, nel secondo caso mi chiedo cosa c’entra e a che cosa è utile, cosa discrimina che un candidato sappia qual’è la capitale del Senegal ed un altro no, io conosco degli ottimi medici che non passerebbero la prova di un esame siffatto.

Siamo in Italia, e in fondo queste forche caudine si risolvono, come per ogni altra cosa, nel trovare un escamotage per passarli, uno stratagemma, una conoscenza fra gli esaminatori ... sarà una curiosa stranezza, una incredibile coincidenza, ma non ho mai sentito che il figlio di qualche professore universitario (o di qualche politico, o di persone potenti e prestigiose) non fosse riuscito a passare un esame di ammissione.

Allora come tutto quanto in questo Paese, diventa un argomento in più a favore del classismo, mentre in precedenza potevi laurearti in architettura o in giurisprudenza e poi era difficile (se non impossibile) fare il tirocinio necessario per l’abilitazione e l’iscrizione all’ordine, adesso non entri nemmeno in quella facoltà, ma in facoltà o in università meno appetibili dal punto di vista del livello di preparazione a cui si può aspirare e del prestigio di cui godono.

Adesso che c’è la crisi e che ho qualche ora libera al mattino la dedico a fare qualche arbitrato, qualche patrocinio e qualche consulenza gratuita alle persone in difficoltà che non potrebbero

permettersi di pagare la mia parcella; con le conoscenze che ho nell’ambiente scolastico (ho fatto per anni prevenzione all’uso di sostanze stupefacenti) mi arrivano molti giovani che gli insegnanti ritengono problematici o che sono particolarmente disorientati.

I discorsi che sento sono del tipo: “Io vorrei fare il giornalista, ma è difficile passare l’esame di ammissione e, anche se lo passassi, poi trovo posto?”; in genere provano a fare diversi esami di ammissione in facoltà del tutto diverse fra loro, col rischio che alla fine uno finisca per fare una determinata cosa solo perché in quel caso è riuscito a superare l’esame e nell’altro no ... avremo molti professionisti che potranno pure essere bravi e coscienziosi, ma non saranno mai felici, mai soddisfatti e mai riusciranno a dispiegare l’ala del loro genio (seppure esistesse) perché si trovano nel campo sbagliato.




Esistono delle persone che hanno un destino più infausto di altri, fra questi c’è sicuramente chi sente la vocazione per il giornalismo oggi in Italia, in buona compagnia con chi volesse fare lo psicologo, con chi vagheggiasse amori impossibili o con chi assommasse a sé due o più di questi aneliti.

Sono questi giovani problematici, che si sono stufati di essere parcheggiati da qualche parte dagli adulti in attesa di nulla, disorientati, incazzati, spaventati per il loro futuro, ad essere stati caricati dalla polizia l’altro ieri, è su di loro che sono piovute manganellate, anche a terra, anche alle spalle e su cui sono state lanciati dei lacrimogeni dalle finestre del Ministero della Giustizia mentre scappavano.

Chi evoca la Diaz di Genova non lo fa a sproposito, lo spirito è lo stesso e forse anche gli intenti, se vuoi stabilità devi creare ad arte degli incidenti che metteranno paura ai benpensanti, che alieneranno dai manifestanti ogni simpatia e che tu stesso poi reprimerai con il “dovuto vigore” ... ogni regime fascista sa queste cose, ogni governo in difficoltà ricorre alla forza come ansiolitico per le masse.

Ma questo non è compatibile con uno Stato di diritto, con una democrazia, con un moderno Stato europeo, con la cultura occidentale, con l’implacabilità dei filmati dei moderni telefonini che ti inchiodano alla tua stessa violenza.

Chi, invece, volesse usare in questo caso le categorie sociali utilizzate da Pier Paolo Pasolini nel 1968, sarebbe fuori strada e dimostrerebbe ancora una volta come ci siamo intorpiditi, tanto da voler capire senza vedere, senza interrogare, usando griglie vecchie che andavano forse bene quarant’anni fa ma certamente non oggi.




I manifestanti erano semplici studenti universitari e di scuole superiori a cui si erano uniti dei giovani precari, niente a che vedere con quei figli di papà di pasoliniana memoria, né con i giovani rampolli griffati di adesso, che studiano in scuole private, possibilmente prestigiose, possibilmente all’estero e che non protestano più come potevano manifestare i loro analoghi del ’68.

Ragazzi che si trovano di fronte a tagli sempre maggiori che vanno a colpire la qualità e la stessa possibilità della loro educazione, alle prese con tasse sempre più elevate e spesso impossibili da pagare, costretti a fare uno o più lavori per continuare a mantenersi agli studi, lavori in cui vengono biecamente sfruttati in cambio di poche decine di euro, avendo alle spalle famiglie in difficoltà che non riescono a garantire loro alcuna serenità economica.

Di fronte si sono trovati altri giovani, gli unici che nel 2012 possono dirsi privilegiati, perché hanno un lavoro a tempo indeterminato e che da effettivi guadagnano mensilmente 1355 euro circa di stipendio base, a cui puoi aggiungere la trasferta e l’indennità di rischio di una protesta o di un servizio di ordine pubblico, hanno delle garanzie contrattuali, orari di lavoro, turni e riposi rigorosamente rispettati, e ferie e licenze ordinarie o premio.

Questo è il nostro modo di prenderci cura dei nostri giovani, dei nostri figli, del nostro futuro, siamo come i genitori di Cappuccetto Rosso, forse anche peggio, perché per loro si trattava solo di incuria, qui si tratta di disinnescarli, di metterli ancora una volta di fronte ad un televisore (o di fronte a corsi di studi infiniti in cui collezioni solo nozioni e titoli e diplomi ... io con i miei fra pagelle, diplomi, laurea, dottorato, scuola di specializzazione e master potrei accendere un bel falò o farne coriandoli per il prossimo carnevale), di farli educare da Walt Disney (o da Matt Groening) e di evitare che vengano a romperci le scatole.



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