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  Garbo [ (Cronache del Tempo Medio) ]
         

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13 dicembre 2012

PERCHÉ MUTA DAL SALICE PENDI?






«Nihil omnino sub astris Italie comparandum».

(Francesco Petrarca, Seniles, VII 1, 73).

 

«Niente sotto la volta celeste è paragonabile all’Italia».

 

 

«... optimam atque clarissimam et famosissima, mundi partem ...».

(Francesco Petrarca, Seniles, VII 1, 111).

 

«... la migliore, la più illustre, la più famosa parte del mondo ...».






Hai viso di pietra scolpita,
sangue di terra dura,
sei venuta dal mare.
Tutto accogli e scruti
e respingi da te
come il mare. Nel cuore
hai silenzio, hai parole
inghiottite. Sei buia.
Per te l'alba è silenzio.

E sei come le voci
della terra - l'urto
della secchia nel pozzo,
la canzone del fuoco,
il tonfo di una mela;
le parole rassegnate
e cupe sulle soglie,
il grido del bimbo - le cose
che non passano mai.
Tu non muti. Sei buia.

Sei la cantina chiusa,
dal battuto di terra,
dov'è entrato una volta
ch'era scalzo il bambino,
e ci ripensa sempre.
Sei la camera buia
cui si ripensa sempre,
come al cortile antico
dove s'apriva l'alba.

(Cesare Pavese, Hai viso di pietra scolpita, da Poesie).





« ... è la stessa sostanza che nell'uomo sente e ragiona;

la sostanza che ragiona

 non è affatto diversa da quella che sente ».

 (Bernardino Telesio, De rerum natura iuxta propria principia, VIII 16, 1565).







" ...fameliche pendono
nuvole sull'abisso..."
(William Blake, Il matrimonio del cielo e dell'inferno).





"Quando indugio a contemplare il mio stato e a guardar la strada lungo cui mi hai condotto.

Io finirò per abbandonarmi senza arte a chi saprà perdermi e finirmi".

(G.G.Màrquez, Dell'amore e di altri demoni).






 “Chi salirà per me, madonna, in cielo,

a riportare il mio perduto ingegno?”.

(Giordano Bruno, La cena delle ceneri).





"Ti bacerò fino all’ebbrezza,
fino a gualcirti come un fiore.
Non c’è biasimo
per chi è ebbro di gioia."

(Sergej A. Esenin, Poesie).





Guadagnare la vetta, dopo più di quattro ore di cammino, attraversando sentieri, rupi, canaloni, selle di montagna, affrontando ferrate più o meno impegnative, accarezzando con gli occhi i dirupi e i crepacci, stanco, ancora ansante per la fatica, con un debito di ossigeno che surclassa il nostro debito pubblico, con le gambe pesanti, con una produzione di acido lattico che supera abbondantemente le quote latte europee, e con quel senso di vertigine che ti da l’alta concentrazione di ossigeno sopra i 3000 metri e la vista degli abissi e dei precipizi da cui puoi affacciarti, credo di aver assistito ad uno spettacolo indimenticabile e unico.

Una sensazione di potenza assoluta, il brivido di avercela fatta, la gioia immensa di essere li vivo a goderti quel momento, la sensazione di accarezzare le nuvole e il cielo con le dita ... di guardare Dio faccia a faccia (se solo esistesse) e di potergli dare del tu.

Il silenzio assoluto, privo di qualsiasi rumore, persino il vento e il cuore si fermano, smarriti nella maestosità del tutto, un silenzio che dura in eterno, un tempo infinito, nessun tempo, un silenzio che sembra esserci sempre stato, come se non fossero mai esistiti i suoni, come se non fosse il rumore; poi all’improvviso, senti le voci della natura mormorare e sono fruscii di foglie, versi di animali, garrire d’acque cristalline, le cortecce degli alberi suonate dal vento, come se il flauto, l’oboe, l’ottavino, il corno, il fagotto, il clarinetto, i violini, le viole, i violoncelli, i contrabbassi, ..., iniziassero ad intonare in successione le prime note di una Sinfonia.

All’inizio è un andante in cui gli ottoni (tromboni e cimbasso) seguono una melodia di corale in piano maestoso, infranto per due volte dalle esplosioni improvvise di tutta l’orchestra che, altrettanto improvvisamente, ritorna alla melodia corale come se nulla fosse successo, seguita dal passaggio cromatico degli archi, degli ottoni e del tamburo militare che ci trasportano verso un allegro, che inizia in tonalità minore per farsi via via sempre più minaccioso con l’intervento di tutta l’orchestra a cui segue ancora un breve ritorno della melodia corale.

Poi senti l’oboe e il clarinetto, sostenuti da timidi pizzicati degli archi, indi l’orchestra intera intona il fortissimo, come se allo stato di stanchezza, di prostrazione e di malinconia, volesse contrapporre un poderoso slancio di riscossa, che si chiude con la tromba che riacciuffa la sinfonia principale, mentre il flauto, l’ottavino e il clarinetto chioccolano come fringuelli in terzine di semicrome.

E cominci a sentire le parole, a sentire che quella musica dice qualcosa anche alla tua testa, oltre che al corpo e al cuore, cominci ad intonare tutto te stesso, tutta la tua anima, con le sue note, con quelle immagini, con quelle parole, con quell’aria che respiri, e non distingui più i pensieri dalle emozioni, ciò che senti da ciò che percepisci, e si spande nell’aria e vibra in ogni parte del tuo corpo un coro che canta: “ ... Arpa d'or dei fatidici vati, perché muta dal salice pendi? ...”. (Temistocle Solera, Va pensiero, dal libretto dell’opera Nabucco).

Un canto che si chiude in tonalità maggiore, con un crescendo in cui l’orchestra mostra tutta la sua forza, la sua potenza e il suono impetuosamente si spande, si solleva in alto e ridiscende su di noi inondandoci come un’enorme e fragorosa cascata di suoni e di colori.






Questo post è un omaggio al grande compositore Giuseppe Verdi, in occasione del secondo centenario della sua nascita, uno dei pochi che ancora mi fa sentire orgoglioso di essere italiano.


 

 


 




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